IL RITRATTO DI DORIAN
da Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde
Per lunghi anni Dorian Gray non potè liberarsi dall'influenza di quel libro, e forse sarebbe più esatto dire che non cercò mai di liberarsene. Fece venire da Parigi non meno di nove esemplari non legati della prima edizione e li fece rilegare in colori diversi, così che potessero accordarsi coi suoi vari stati d'animo e colle mutevoli fantasie di una natura sulla quale, a volte, sembrava ch'egli stesso avesse perduto ogni controllo.
L'eroe, quel meraviglioso giovane parigino nel quale il temperamento romantico e quello scientifico erano così stranamente commisti, divenne per lui quasi una prefigurazione di se stesso; e veramente il libro gli pareva contenere la storia della sua vita, scritta prima ch'egli l'avesse vissuta.
In un punto però egli era più fortunato del fantastico eroe di quel romanzo. Egli non conobbe mai, anzi, non ebbe mai motivo di conoscere, quel terrore un po' grottesco degli specchi, delle superfici metalliche polite, delle acque immobili, dal quale il giovane parigino fu colto tanto presto nella sua vita, dovuto all'improvviso disfacimento di una bellezza che un tempo, a quanto pare, era stata eccezionale. Con una gioia quasi crudele – e forse un po' di crudeltà entra in quasi tutte le gioie, come entra indubbiamente in ogni piacere
– leggeva l'ultima parte del libro, con la sua descrizione veramente tragica, seppure un po' troppo accentuata, dell'angoscia e della disperazione di un uomo che aveva perduto quello che, in altrui e nel mondo, aveva apprezzato di più.
Giacché quella bellezza meravigliosa, che aveva tanto affascinato Basil Hallward e molti altri con lui, sembrava non dovesse mai abbandonarlo.
Neppure coloro che avevano sentito dire le cose più gravi sul suo conto, poiché di quando in quando si spargevano per Londra strane voci sul suo modo di vivere e divenivano l'argomento dei pettegolezzi dei circoli, potevano credere di lui, quando lo vedevano, alcunché di disonorante.
Aveva sempre l'aspetto di chi è riuscito a conservarsi immune da qualunque sozzura del mondo. Uomini che usavano un linguaggio scurrile tacevano, non appena Dorian Gray entrava nella stanza; nel suo volto c'era un che di puro che ai loro occhi appariva come un rimprovero. La sua presenza bastava per rievocare in loro il ricordo dell'innocenza che avevano macchiato, ed essi si meravigliavano che un essere pieno di fascino e di grazia come lui fosse riuscito a sottrarsi all'impronta di un'età che era a un tempo sordida e sensuale. Spesse volte, tornando a casa da una di quelle sue misteriose e prolungate assenze che facevano nascere tante strane congetture tra coloro che erano o credevano di essere suoi amici, saliva nella stanza chiusa al piano superiore, apriva la porta con la chiave dalla quale non si separava mai e si collocava, con uno specchio, di fronte al ritratto dipinto da Basil Hallward, guardando ora la faccia malvagia e invecchiata sulla tela, ora il bel volto giovanile che gli sorrideva dal vetro pulito.
L'intensità stessa del contrasto sembrava acuire in lui la sensazione voluttuosa. Di giorno in giorno crescevano in lui di pari passo l'amore per la propria bellezza e l'interessamento alla corruzione della propria anima. Esaminava le linee ripugnanti che solcavano quella fronte rugosa o che attorniavano quella greve bocca sensuale con una cura minuziosa e talvolta con
una voluttà mostruosa e terribile, chiedendosi a volte se fossero più orribili le impronte dell'età oppure quelle del peccato. Poneva le mani bianche accanto a quelle ruvide e gonfie del ritratto e sorrideva. Scherniva quel corpo deformato e quelle membra infiacchite.
Di notte, allorché giaceva insonne nella sua camera delicatamente profumata o nella lurida stanza di qualche taverna malfamata del porto che era solito frequentare sotto falso nome e travestito, c'erano momenti nei quali gli accadeva di pensare alla rovina che aveva attirato sull'anima sua, con una compassione tanto più acuta in quanto era prettamente egoistica; ma tali momenti erano rari. Sembrava che quella curiosità della vita che Lord Henry aveva destato in lui per la prima volta allorché si erano seduti insieme nel giardino del loro amico, tanto più crescesse quanto più era appagata.
Più sapeva e più desiderava di sapere; più soddisfaceva i suoi folli appetiti e più questi diventavano famelici.
Peraltro non aveva abbandonato ogni ritegno, almeno nei suoi rapporti con la società. Un paio di volte al mese durante l'inverno e ogni mercoledì sera durante la season londinese soleva aprire la sua bella casa al mondo elegante e faceva venire i più celebri musicisti del giorno a deliziare i suoi ospiti con le meraviglie dell'arte loro.
I suoi pranzi, nel preparare i quali era costantemente assistito da Lord Henry, erano noti tanto per la cura nella scelta e nel collocamento degli invitati quanto per il gusto squisito dimostrato nella decorazione della tavola, con la disposizione raffinata di fiori esotici, di
tovaglierie ricamate, e di posateria antica d'oro e d'argento.
Anzi non erano pochi, specialmente tra i giovanissimi, coloro che vedevano o che si immaginavano di vedere in Dorian Gray la vera personificazione di un tipo che avevano sognato più volte durante gli anni di Eton e di Oxford, un tipo che doveva contemperare la vera cultura dell'erudito con tutta la grazia, la distinzione e la perfezione di modi, proprie del cosmopolita. Sembrava loro ch'egli appartenesse alla compagnia di quelli dei quali Dante dice che avevano cercato di rendersi perfetti attraverso il culto della bellezza: era, come il Gautier, uno per il quale «il mondo visibile esisteva».
Per lui, certo, la vita in se stessa era la prima e la più grande delle arti, per la quale tutte le altre arti sembravano costituire soltanto una preparazione. La moda, che rende universale per un momento quello che in realtà è fantastico, e l'eleganza del vestire e dei modi, che è, nel suo genere, un tentativo di affermare l'assoluta modernità della bellezza, avevano naturalmente un fascino per lui.
Il suo modo di vestire e lo stile particolare che adottava di quando in quando esercitavano una marcata influenza sui giovani raffinati dei balli di Mayfair e dei circoli di Pali Mail. Lo imitavano in tutto quello che faceva e si sforzavano di riprodurre il fascino casuale delle sue graziose frivolezze, che egli, peraltro, non prendeva interamente sul serio.